Re Artu’, Lancillotto, Ginevra, Merlino, Thomas Malory e la strana ossessione.

Premetto che sono sempre stato un vero appassionato di storia antica. Conosco la storia delle trenta dinastie (qualcuno direbbe 31) faraoniche, mi diverto a scrivere e leggere nella lingua dei faraoni, conosco la storia ebraica, mi diletto con gli etruschi, i romani, l’arte e il pensiero greco. Per non parlare di Assiri, Babilonesi, Persiani. L’Iliade e l’Odissea le ho lette anche se nessuno me lo ha mai imposto. “Civiltà sepolte” di Ceram è sempre stata la mia Bibbia (che giustamente mi porto dietro sul kindle).

Ho studiato giurisprudenza, ma la mia vera e antica passione è la storia.

Il medioevo, no. Troppo recente, troppo corrotto, troppo poco distante da me. Non mi aveva mai appassionato.

Poi, qualche tempo fa, mi capita di leggere un libro che più che altro inizio per distrarmi: “The once and the future King” di T.H. White. 

Tanto per essere chiari: non è un libro di storia. E’ la “riscrittura” in chiava moderna, ironica, acuta, della leggenda e delle gesta di un Re forse mai esistito e dei suoi cavalieri. Re Artu’.

Chi non ha mai visto “La spada nella roccia”? Ecco, quello è direttamente tratto dal libro di White.

Ovviamente ho letto anche il libro da cui White ha tratto gran parte dei fatti narrati: “La mort d’Arthur” di Thomas Malory. Per chi vuole capirci qualcosa nel ciclo delle leggende legate a Re Artu’ e ai cavalieri della Tavola Rotonda… ecco, direi che è un buon punto di partenza.

Questi testi hanno una forza evocativa fuori dal comune: finisci ad immaginare il medioevo, le “giostre” dei cavalieri, le armature, l’architettura romanica e poi gotica. Insomma, da lì son scivolato sul medioevo, l’ho preso sul serio e mi son letto “Storia dell’Europa medioevale” di Pirenne, che parte dalla caduta di Romolo Augustolo e arriva, passando per i Merovingi, le crociate, il sacro romano impero, i papi, fino al rinascimento (e non è affatto noioso, anzi).

Tra l’altro, aprirsi alla storia ti fa comprendere anche come molte cose siano “cicliche”. Ne “La mort d’Arthur” si parla, ovviamente, anche della ricerca del Sacro Graal da parte dei cavalieri della Tavola Rotonda. Nel libro il Graal viene descritto come un recipiente, un vaso con due manici, ed è qualificato come la coppa che ha raccolto il sangue del Cristo. Viene anche fatto intendere che “la ricerca del Graal” è una ricerca interiore, che ogni uomo/donna è chiamato a fare e che può fare, se solo  vuole conoscere quello che davvero si nasconde nel “cuore”. Il Graal non è altro che il “cuore” dell’uomo.

E gli egizi, sarà un caso, disegnavano il cuore umano (“ib”) come un vaso con due manici.

Tutto torna, come in un circolo.

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